Santa Caterina d’Alessandria



GUGLIELMO CACCIA, detto il MONCALVO (Montabone, Acqui 1568 – Moncalvo, Asti 1625)

Santa Caterina d’Alessandria

Penna e inchiostro bruno, controfondato

228×147 mm

Provenienza: mercato antiquario

 

L’andamento rapido ed essenziale della penna nella definizione dei contorni delle figure e dei loro particolari anatomici, congiuntamente al peculiare movimento dato alle vesti spezzando il segno lineare e animandolo con più piccoli tocchi, trova un convincente riscontro nel corpus dei disegni del pittore piemontese Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo per la cittadina nell’attuale provincia di Asti presso la quale si stabilì.

Il Caccia ricevette la sua prima educazione a Casale presso Ambrogio Oliva, confrontandosi con le opere di Gaudenzio Ferrari e dei Campi e mostrandosi altrettanto sensibile alle novità carraccesche diffuse grazie alla circolazione delle incisioni. Intensa la sua attività tra Piemonte e Lombardia: tappa fondamentale fu senz’altro la partecipazione a fianco di Federico Zuccari al cantiere decorativo della Grande Galleria di Carlo Emanuele I di Savoia a Torino (Bava 1997, p. 18).

Dalla combinazione della tradizione lombarda con aspetti della pittura post manierista dell’Italia centrale il Caccia arrivò alla elaborazione di un linguaggio di immediata comunicazione del fatto devoto, capace di commuovere i fedeli, riscontrando un pieno apprezzamento presso la committenza secondo quanto riportato dalle fonti (Borsieri, 1619, p. 65), apprezzamento confermato dal numero di sue opere tuttora in loco nei moltissimi edifici di culto disseminati sul territorio piemontese e lombardo.

La sobria raffigurazione della santa stante con al fianco lo strumento del suo martirio per renderla immediatamente riconoscibile e la presenza dell’immancabile puttino recante in volo l’aureola, ben inserisce il foglio nella produzione devozionale cacciana di stretta aderenza ai dettami controriformati: in deposito presso la chiesa di S. Elena a Milano, ma già nel convento francescano di S. Maria degli Angeli è conservato un dipinto raffigurante Sant’Elena che regge la vera Croce (Spiriti 1995, pp. 113-114, con data plausibile agli anni 1617-1619) che mostra caratteristiche compositive del tutto analoghe. La statuarietà della figura anche in questo caso è abbinata al più scomposto ricadere del drappeggio che la avvolge e alla vivacità dell’incursione angelica. I radi ciuffi d’erba che spuntano dal suolo, delineati nel foglio attraverso rapidi circoletti tipici del fare disegnativo del Moncalvo, portano poi a ipotizzare un successivo e minuzioso trattamento pittorico affine a quello della tela menzionata.

Il dipinto milanese è stato accostato da Giovanni Romano a un disegno di analogo soggetto, ma con la Sant’Elena seduta, conservato presso il Museo Civico d’Arte antica di Torino (inv. 4642DS; cfr. G. Romano in Guglielmo Caccia 1997, p. 116, scheda 36).

Pur condividendo la stessa immediatezza lineare nel rendere con veloci ma efficaci tratti panneggi che si sfaldano, capigliature ricciolute e mani dalle dita appuntite il riscontrare nella Santa Caterina d’Alessandria un segno più spesso e modellante, un’ombreggiatura notevolmente insistita data dal più fitto incrocio di fasci di linee parallele tra le pieghe della veste e l’assenza di quelle delicate acquerellature che contraddistinguono molti dei fogli ritenuti autografi del Caccia pone dinnanzi alla problematica distinzione tra i lavori di mano del maestro e quelli della sua bottega all’interno della quale emersero oltre alla figlia Orsola Maddalena, fattasi suora di clausura ma sempre con ampi diritti di collaborazione all’opera paterna, le personalità di Giorgio Alberini e di Giovanni Crosio (Romano 1984).

Una Figura femminile in piedi con due putti seduti facente parte del cospicuo corpus cacciano della Biblioteca Reale di Torino (cart. 15/4; inv. N. S. M. 14664) è stata considerata da Romano (G. Romano in Guglielmo Caccia 1997, pp. 58-59, scheda 6), a fronte della presenza di un foglio di identico soggetto presso la collezione di disegni del Museo Civico d’Arte Antica (inv. 4648/DS; cfr. Romano in Guglielmo Caccia 1997, pp. 56-57, scheda 5), fedele derivazione molto tarda ma ancora di mano del Moncalvo per il suo venire meno, al pari del ‘nostro’ esemplare, di quel tratto più sottile, spontaneo e leggero, quasi evanescente, tipicamente cacciano (fig. I). Più recentemente invece è stata avanzata l’ipotesi che la presenza di un segno più calcato e risoluto sarebbe da imputare alla mano della figlia, intenta nel riprodurre un modello paterno secondo la consueta pratica di bottega (Orsola Maddalena Caccia 2012, p. 140, scheda 41).

La scarsissima quantità di disegni ricondotti con certezza alla mano della suora pittrice non consentono certo uno sbilanciamento in tale direzione, a maggior ragione nel caso qui illustrato dove non si conosce altro esemplare grafico di accertata autografia.

Se pur facili da riconoscere, i fogli del Caccia, spesso in passato confusi con quelli di scuola genovese per quella essenzialità del segno che richiama la tendenza alla geometrizzazione propria del lascito cambiasesco – e del resto non è da escludere un avvicinamento del pittore piemontese agli artisti attivi all’Escorial tra i quali Luca Cambiaso, come già aveva in passato accennato Andreina Griseri (Griseri 1961, p. 26) –, presentano notevoli difficoltà nella datazione proprio per il tradizionale riuso anche a distanza di tempo del materiale presente in bottega a opera di collaboratori e allievi (Romano 1984).

 

I. G. Caccia detto il Moncalvo, Figura femminile in piedi con due putti seduti (part.), Torino, Biblioteca Reale